Quando il legame diviene inscindibile
INTRODUZIONE
- Ci troviamo a scansionare il corpo con minuziosa attenzione per capire se stia arrivando qualcosa, notando ogni variazione del respiro e del battito.
- Organizziamo la giornata in modo da avere sempre una via di fuga: posizioni vicino alle porte, tragitti “sicuri”, oggetti che diano rassicurazione.
- Anche un segnale normale, come calore, fame o stanchezza, può diventare un innesco capace di condizionare i nostri programmi e farci cambiare piano.
- Quando sentiamo salire l’ansia cerchiamo repentinamente di farla scomparire: controlliamo, chiediamo continuamente conferme, interrompiamo ciò che stiamo facendo.
CARATTERISTICHE
- Allarme corporeo improvviso: il battito accelera in modo netto e può sembrarci “ingiustificato”. Sentiamo cuore in gola, fiato corto, capogiro, formicolii, tensione, e l’attenzione si restringe.
- Lettura minacciosa dei segnali: invece di pensare che possa essere un momento d’ansia, la mente elabora spiegazioni allarmanti. Si insinuano “sto per morire”, “mi viene un infarto”, “perdo il controllo”, “impazzirò”, “svengo”.
- Urgenza di certezze: non basta stare male, nasce la necessità di capire a ogni costo. Ci agganciamo a controllare il respiro, misurare il battito, cercare spiegazioni, chiedere conferme, anticipare, come se la certezza dovesse arrivare a comando.
- Condotte di sicurezza: facciamo cose che danno sollievo rapido, ma inducono la mente a pensare che da soli non siamo in grado di reggere. Nascono regole implicite come uscire subito, sedersi o sdraiarsi, evitare luoghi, stare vicino a qualcuno.
- Paura della paura: non temiamo soltanto i sintomi, ma la possibilità che ricompaiano. Si attivano ansia anticipatoria, iperallerta, autocritica, vergogna, rinunce, e il panico diventa un nucleo che condiziona le decisioni.
PERCHÈ ACCADE
Solitamente si inizia con un innesco del tutto normale e quotidiano: un caffè in più, una notte in cui abbiamo dormito male, un eccesso di calore, una corsa per prendere un mezzo pubblico, una litigata, un periodo di particolare tensione o stress. Il corpo si attiva come fa sempre per adattarsi. Infatti il problema non è l’attivazione, ma ciò che succede dopo.
Capita che questo innesco venga letto come un’interpretazione minacciosa: la mente compie un salto e identifica lo stress come pericolo. In condizioni di allarme è frequente una distorsione cognitiva: tendiamo a sovrastimare la minaccia e a sottostimare le risorse. In quel momento il corpo diventa il luogo del rischio e ogni sensazione che proviamo sembra un indizio che “spiega” cosa sta succedendo.
Da qui nasce l’urgenza e, di conseguenza, il bisogno di certezze e controllo. Vogliamo sapere subito cosa stia succedendo, vogliamo impedirlo, vogliamo essere sicuri al 100% che non accadrà nulla. Ma la sicurezza totale sul nostro corpo non può esistere. E più la cerchiamo, più aumenta l’attenzione selettiva ai segnali, più l’attenzione aumenta, più amplifica le sensazioni. Interviene quindi una risposta automatica: fare qualcosa per abbassare l’allarme. Scappare, evitare, controllare, chiedere rassicurazioni, irrigidirsi, trattenere il respiro, cercare di prendere aria fino all’iperventilazione. Magari arriva anche un sollievo, ma è breve: l’ansia cala un po’ oppure semplicemente passa il picco.
Ecco che la mente impara una regola insidiosa: “se facciamo queste cose, stiamo un po’ meglio”. È un meccanismo di apprendimento per rinforzo: quando un comportamento riduce un’emozione dolorosa, tende a ripetersi. Se poi il sollievo è intermittente, cioè a volte funziona e a volte meno, l’aggancio può diventare ancora più inscindibile: continuiamo a provarci perché “prima o poi funziona”. Nel tempo si restringe lo spazio di libertà.
Evitiamo alcuni contesti, riduciamo le esperienze, viviamo con lo sguardo volto ad anticipare le situazioni. Il costo sul lungo periodo non si vede immediatamente, ma poi si presenta con gli interessi: stanchezza, sonno instabile, difficoltà di concentrarsi, erosione della fiducia in noi stessi, relazioni che cominciano a organizzarsi tutto intorno al problema. Il panico diventa come un allarme antincendio troppo sensibile: suona anche per il vapore di una doccia, e noi iniziamo a vivere cercando di non far partire la sirena.
Immaginiamo una scena quotidiana: siamo al supermercato dopo una giornata molto intensa. Sentiamo un colpo di calore e il battito comincia ad accelerare. Il pensiero arriva subito: “Sta iniziando”. L’attenzione si concentra sul petto. Cominciamo a controllare il respiro e ci sembra sempre più corto. Compare a questo punto un’urgenza: dobbiamo uscire, stiamo per svenire. Lasciamo il carrello e ci dirigiamo veloci verso l’uscita. Magari beviamo anche un po’ d’acqua e chiamiamo qualcuno. Dopo qualche minuto l’ondata scende e proviamo sollievo. Tornando a casa ci diciamo: “Meno male che siamo usciti in tempo”.
Il messaggio implicito è chiaro: dentro non reggiamo, fuori sì. E la prossima volta l’innesco sarà ancora più facile e la soglia di attivazione più bassa.
Non è un difetto né una debolezza. È un circuito appreso costruito per proteggerci, che però può ritorcersi contro. E proprio perché è appreso, può essere modificato con esperienze ripetute e correttive.
Se ti riconosci in quanto descritto finora, sappi che un intervento psicoterapeutico può essere molto efficace per spezzare certi schemi. In ogni caso, se ti dovessi trovare in questo ciclo, prova a fare alcuni passi.
- Rallenta la ricerca della causa: dì a te stesso, in modo molto onesto, “è un’ondata d’ansia” oppure “è un falso allarme”. Descrivi ciò che senti con parole neutre: caldo, tremore, battito, fiato corto, senza aggiungere conclusioni. Questo crea un piccolo distacco tra la sensazione che stai provando e l’interpretazione, e apre un maggiore spazio di libertà.
- Resisti senza combattere: scegli una soglia su cui fermarti, anche 30 secondi, prima di mettere in atto la soluzione automatica. Non è una forzatura, è un allenamento del corpo a scoprire che il picco può scendere anche senza manovre drastiche. Se ti aiuta, orientati con un gesto concreto: appoggia i piedi, allunga l’espirazione, lascia che l’ansia faccia il suo corso. Prova a reggere un po’ di vuoto senza riempirlo subito con il controllo.
- Riduci le condotte di sicurezza, una alla volta: non serve eliminarle tutte insieme. Scegline una piccola, affrontabile, e sperimentala in contesti a basso rischio: rimanda di qualche minuto la richiesta di rassicurazione, oppure evita di controllare il battito. L’obiettivo è ricostruire un senso di autoefficacia: “posso attraversare l’ondata anche se è molto sgradevole”. Col tempo, il cervello aggiusta la previsione e il circuito del panico perde forza.
Se lo schema è intenso e persistente non è una colpa: spesso è un modo appreso di reggere paura e bisogno di sicurezza.
Un percorso psicoterapeutico può aiutarti a leggere meglio i passi di questa dinamica, a costruire strumenti graduali adatti al tuo funzionamento e a rompere il circuito senza forzature, nel rispetto dei tuoi tempi.
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